IPSAR "Arturo Prever" di Pinerolo

Gruppo di lavoro
Fabio Allaix, Manuel Andreoli, Antonio Bombara, Vincenzo Bombara, Elena De Min, Andrea De Rosa, Andrea Friolo, Sonia Giacomarra, Maurizio Lombardo, Roberto Raimondi, Giulia Richiardone, Mattia Robba, Luca Rolando, Davide Solimena, Luca Tosello, Stefano Trentini, Andrea Vairolatti, Denis Zanaga. (VC)

Tutor
prof. Mario Dellacqua

La ricerca
Il fascismo era un regime fondato su una combinazione di amore per la violenza e per l’ordine, per le gerarchie e per la ribellione, per l’autorità e l’illegalità. Sapeva usare la lusinga e il cinismo, il bastone e la carota. Ma, specialmente, sapeva come intrecciare il ricorso alla violenza con la ricerca e la costruzione di vaste zone di consenso popolare. E’una verità assodata, ma non esplorata con occhio sufficientemente impietoso.
Dopotutto, si dice, abbiamo avuto i nostri Gobetti e Matteotti, Gramsci e Amendola, don Minzoni e Rosselli: spesso siamo tentati di adoperare la potente testimonianza del loro martirio per stendere un velo pietoso (appunto, mai abbastanza impietoso) sul reticolo di comportamenti sociali e di culture capaci di raccogliere attorno al duce del fascismo un regime di consensi che lo sostenne e lo appoggiò attivamente. E non si parla di momenti di entusiasmo fanatico, di episodi di obbedienza servile o di opportunismo, di fenomeni estesi di corruzione molecolare. Si parla invece di punti fermi e di interventi visibili grazie ai quali il regime seppe incidere nella vita quotidiana delle famiglie sia nelle città, sia nelle campagne colpendo in modo duraturo l’immaginario popolare.
Queste interviste sulla scuola degli anni trenta ce lo raccontano con la voce di testimoni insolitamente concordi a dispetto della loro provenienza da ambienti sociali e territoriali disparati: una scuola severa, gerarchica e anche autoritaria, ma apprezzata per la sua efficacia nell’istruzione e anche nell’attenzione alle condizioni sociali dei più deboli rendeva accettabile (non ancora soffocante) l’opera di indottrinamento politico e di inquadramento militare cui i giovani erano avviati attraverso messaggi rivolti ad esaltare il coraggio, lo spirito di sacrificio, la forza, la patria, la fedeltà al capo, il dovere. Poi, dicono i nostri testimoni, arrivò la disastrosa alleanza con i tedeschi e la guerra a far cadere la maschera attraente di sicurezze che il regime aveva indossato e distribuito a piene mani.
Ma quando i nostri testimoni sono approdati a questa persuasione? Allora, o ora per allora? Ci raccontano quello che pensavano allora o lasciano la parola alle convinzioni che hanno maturato dopo riflettendo sugli eventi più dolorosi che hanno invaso la loro memoria?
La domanda è conturbante e suscita rovelli anche inquietanti.
Infatti, se la guerra è stato un errore successivo, tutto il resto si può isolare o salvare dalla condanna globale. Parlando per questa via di aspetti positivi e negativi del fascismo, si possono riabilitare nostalgicamente non più i teschi sui gagliardetti, ma almeno i tempi in cui si stava meglio perché si stava peggio, quelli sì, mentre oggi dilagherebbe la cultura grazie alla quale tutto è dovuto per diritto o per favore.
Se invece, tra guerra e regime corre un legame indissolubile , allora viene meno il mito degli italiani brava gente e neppure noi ce la possiamo cavare addossando tutte le colpe ad un gruppo di criminali che avrebbe soggiogato la volontà di un popolo altrimenti innocente. Ogni ipotesi consolatoria avrebbe vita dura ed emergerebbero stringenti responsabilità collettive che sarebbe doveroso, anche se sommamente scomodo, rifiutare di archiviare.

I documenti
testimonianze orali